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Test Merida Reacto One: una bici aero radicale, veloce… e impegnativa

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Il nuovo Merida Reacto non cerca di smussare gli angoli. Dopo diverse settimane e circa 850 km in sella, il messaggio è piuttosto chiaro: è una bici pensata innanzitutto per andare forte, ridurre la resistenza aerodinamica, tenere la linea alle alte velocità e reggere sforzi da gara.

Questa scelta va contro la tendenza attuale. Molti marchi tornano a proporre un’unica bici da strada capace di fare tutto: salire, andare veloce, restare confortevole, passare ovunque con pneumatici più larghi. Merida qui mantiene in gamma una vera bici aero, con una scelta netta. E mentre il marchio dovrebbe tornare in World Tour con Soudal-QuickStep, questo Reacto V arriva al momento giusto.

Il nostro parere, in breve 👇

Punti di forza:

Da migliorare

La versione provata qui è particolare. Si tratta di un Reacto One, equipaggiato con il mozzo Classified, ruote DT Swiss ARC 1100 da 65 mm, gruppo Shimano Dura-Ace Di2, una guarnitura Rotor con misuratore di potenza e, soprattutto, il cockpit in carbonio a forma di ala di gabbiano co-sviluppato con Vision.

Questo allestimento non è venduto direttamente in Francia. In questa configurazione si parla di una bici intorno a 11 000 €, anche se il confronto con la gamma francese resta imperfetto. Merida adatta i propri allestimenti in base ai paesi, a volte persino tra Francia e Belgio. È una particolarità che avevo già notato durante il test del Merida Mission.

La scheda tecnica racconta già una parte della storia

Merida annuncia un telaio Reacto CF5 V intorno a 950 g in taglia M, un passaggio ruota fino a 32 mm, un reggisella S-Flex zero offset, freni a disco da 160 mm e una geometria declinata in sei taglie, dalla 2XS alla XL.

Il Reacto One rivendica anche un numero forte: 196 watt secondo il protocollo di galleria del vento della rivista Tour, a 45 km/h con manichino pedalante. È sotto la soglia simbolica dei 200 W, ed è soprattutto il miglior valore dichiarato nella famiglia Reacto. 

Alla bilancia, la mia bici di test pesava 7,5 kg. Non è un peso piuma, soprattutto rispetto ad alcune bici aero moderne, ma il valore resta logico vista la taglia XL, le ruote da 65 mm, il mozzo Classified e l’allestimento complessivo. Con un telaio sotto il chilo e componenti di altissima gamma, sembra realistico scendere leggermente sotto i 7 kg con una configurazione meno estrema.

La trasmissione Classified merita anche una nota. La bici è in monocorona, con una guarnitura Rotor Aldhu Carbon da 52 denti e una cassetta 11-34, ma il mozzo Powershift ricrea una gamma di rapporti equivalente a una doppia corona. È pulito, rapido, molto coerente con l’approccio aero e su questa bici l’integrazione ha senso.

Una taglia XL che avrebbe potuto falsare tutto

C’è stato un errore nella spedizione: ho ricevuto una XL. Misurando 1,85 m, non è la taglia che avrei scelto spontaneamente.

Sui numeri, tutto era più grande dei miei riferimenti abituali: reach quasi un centimetro superiore, stack circa due centimetri più alto, top tube e attacco manubrio più lunghi. Eppure, una volta in sella, non mi sono sentito completamente fuori misura.

La ragione è piuttosto semplice. Lo stack più elevato, con gli spessori non tagliati, mi ha permesso di mantenere una posizione avanzata legata al top tube più lungo, ma senza scendere troppo in basso. Il reggisella senza arretramento ha anche aiutato a ritrovare una posizione meno distante dalle mie abitudini.

Il fuori sella, invece, era visivamente davvero troppo ridotto. Non facciamo finta di niente: su una bici così lavorata, con tubi così scolpiti, spezzava un po’ la linea. Ma in dinamica non è ciò che mi ha dato più fastidio.

Il cockpit è dichiarato in 42 cm sulla taglia XL. Sulla mia bici ho avuto un’impressione molto diversa. O Merida misura in modo insolito, oppure questa versione era equipaggiata con un cockpit molto più stretto. Ho davvero avuto la sensazione di avere una postazione di guida al limite inferiore che posso accettare.

Piccolo test casalingo: quando si possono sfogliare le pagine del GPS senza togliere le mani dal manubrio, spesso significa che il cockpit è davvero stretto. Qui era il caso. 😂

La prima uscita mi ha ricordato cos’è una vera bici da corsa

Ho pedalato su molte bici aero recenti. Me ne mancano ancora alcune, ma la tendenza generale è abbastanza chiara: queste bici restano impegnative, ma sono diventate più facili di qualche anno fa. Più stabili, più capaci di filtrare, meno secche, meno riservate ai ciclisti molto forti.

Il Reacto One mi ha sorpreso perché torna a qualcosa di più brutale.

Prima uscita a inizio agosto, con già una buona base fisica. Non una ripresa di febbraio, non un’uscita a freddo dopo tre settimane senza pedalare. Eppure, in due ore, ho davvero subito la bici.

La prima ora, tutto bene. Scoperta, velocità, il piacere di sentire una bici aero che prende naturalmente andatura in pianura. La seconda ora, su un terreno un po’ più mosso, ero piantato a 200 watt e sono rientrato provato.

Non stanco perché ero mal posizionato. Stanco perché la bici restituisce moltissimo, richiede impegno e non lascia molto margine quando il ritmo cala. Non smorza. Non ti porta. Si aspetta che tu metta ciò che serve sui pedali.

Col passare delle uscite è andata meglio. Ho ancora abbassato l’altezza sella, regolato alcune quote e mi sono sentito meglio in sella. Ma la sostanza della bici non è cambiata: è una macchina molto rigida, molto diretta, molto orientata alla gara.

In pianura fa esattamente quello che ci si aspetta

Quando la velocità sale, il Reacto One ritrova tutto il suo interesse. In gruppo, su uscite intense, con cambi tirati e tratti veloci, è nel suo elemento.

L’accelerazione è netta. La bici mantiene la velocità con grande facilità. L’insieme ruote alte, cockpit stretto e posizione compatta dà una vera sensazione di efficienza aero. Non è solo un’impressione di rigidità o nervosismo: c’è quella capacità di restare lanciato, di non scomporsi, di amare gli sforzi prolungati.

Il cockpit gioca un ruolo enorme. Nonostante la sua larghezza molto contenuta, ho adorato la sua ergonomia. Le mani appoggiate in alto, gli avambracci in appoggio, oppure le mani sulle leve in una posizione compatta: tutto cade al posto giusto. In salita, la parte alta del manubrio, quasi sottile come una lama, offre persino una presa piuttosto naturale.

È probabilmente uno dei pezzi più belli della bici. E non solo visivamente. Si sente che Merida e Vision hanno lavorato l’oggetto come un elemento di performance completo: posizione, superficie frontale, appoggi, rigidità.

Il rovescio della medaglia è che questa rigidità non si dimentica mai. Tra la scatola del movimento centrale, il cockpit in carbonio, le ruote DT Swiss ARC 1100 da 65 mm e l’avantreno molto saldo, la bici quasi non si muove lateralmente. Per uno sprinter, un corridore potente o un ciclista che ama le bici molto ferme è esaltante. Per chi cerca una bici veloce ma vivace a bassa intensità, sarà meno indicata.

Più facile da guidare di quanto la sua rigidità lasci pensare

Il punto più sorprendente viene forse dalla guida. Con i suoi tubi profondi, le ruote da 65 mm e un’impostazione aero molto marcata, mi aspettavo una bici efficace ma un po’ ingessata.

Non è così.

Il Reacto One si inserisce molto bene. Mantiene quasi la fluidità di una bici da scalatore nei cambi di direzione, pur conservando la stabilità di una bici aerodinamica. Sulle strade tortuose, non ha quel lato camion che alcuni telai aero potevano ancora avere qualche generazione fa.

L’avantreno è estremamente preciso. Molto rigido, molto leggibile, quasi troppo se si amano le bici un po’ morbide tra le mani. Il retrotreno mi è sembrato leggermente meno rigido dell’anteriore, probabilmente in parte a causa del mozzo Classified integrato nella ruota posteriore DT Swiss. Attenzione: non c’è mancanza di rigidità. Semplicemente, di fronte a un avantreno così bloccato, la differenza si avverte.

È proprio ciò che lo distingue dal Ridley Noah Fast 3.0, un’altra bici aero molto radicale che ho provato di recente. Il Merida mi sembra almeno altrettanto rigido, forse persino di più all’anteriore, ma conserva una facilità di inserimento davvero notevole.

Il dettaglio che irrita su una bici di questa fascia

C’è un punto che non posso passare sotto silenzio: il coperchietto di finitura del cockpit.

Durante le mie uscite tendeva a saltare sotto sforzo e a finire in mezzo alla strada. Ho dovuto andarlo a recuperare una buona decina di volte prima di decidere di toglierlo del tutto.

Su una bici di questo livello è difficile da accettare. Non perché questo pezzetto di plastica cambi il comportamento della bici, ovviamente. Ma perché racconta qualcosa. Quando una bici supera diverse migliaia di euro, si parla di integrazione spinta, di CFD, di galleria del vento, di lungo sviluppo, di test in competizione, un dettaglio del genere non dovrebbe esistere.

Tanto più che marchi meno costosi a volte hanno trovato soluzioni più pulite, semplicemente avvitando questo tipo di pezzo. Il coperchietto di plastica che si deforma dopo qualche manipolazione e non tiene più correttamente non è normale.

È tanto più frustrante perché Merida di solito sa rifinire molto bene le sue bici. Il marchio spesso non ha nulla da invidiare ai grandi attori del mercato. A volte persino il contrario. Qui, questo dettaglio stona.

Una bici dura, ma non propriamente scomoda

Bisogna distinguere due cose: difficoltà e comfort.

Il Reacto One è difficile. È rigido, esigente, fisico. Ma non l’ho trovato realmente scomodo. Non è il suo punto forte, certo, e non bisogna aspettarsi la morbidezza di una bici endurance. Ma per una bici aero così radicale, il livello di comfort resta accettabile.

Il reggisella S-Flex probabilmente aiuta a conservare un minimo di filtraggio al posteriore anche se noterete che qui manca il piccolo inserto in elastomero. Il passaggio ruota fino a 32 mm lascia anche un vero margine per adattare il montaggio dei pneumatici.

Nel mio caso, la bici era montata con un Continental Aero 111 da 29 mm all’anteriore e un Continental Grand Prix 5000 S TR da 30 mm al posteriore, ma con camera d’aria. Ero quindi sopra le mie pressioni abituali, in particolare rispetto ai montaggi tubeless che uso più spesso.

Con un vero montaggio tubeless, il Reacto potrebbe guadagnare un po’ in tolleranza. Non cambierà il suo carattere, ma può rendere le uscite lunghe meno secche.

Il Reacto giusto forse non è questo per tutti

Il Reacto One testato qui è una dimostrazione. Fibra CF5 V, ruote alte, cockpit radicale, trasmissione Classified, allestimento molto orientato alla velocità: tutto spinge nella stessa direzione.

Per un atleta professionista, o per un ottimo amatore che cerca una bici da gara senza filtri, è esattamente il tipo di macchina che ha senso. Risponde forte, tiene molto bene la velocità, si guida meglio del previsto e dà l’impressione di essere stata concepita attorno a un obiettivo prioritario: andare veloce con la minima resistenza possibile.

Per molti ciclisti amatori guarderei piuttosto alle versioni inferiori della gamma. Non perché questo Reacto One sia mal riuscito. Anzi. Ma perché un allestimento un po’ meno estremo, con la fibra CF 3 e ruote meno radicali, potrebbe rendere la bici più viva, più sfruttabile e soprattutto più razionale sul fronte del prezzo.

Merida resta ben posizionata su alcune declinazioni del Reacto. È lì che la bici diventa forse più interessante: mantenere la base aero e la geometria, ma togliere una parte della brutalità dell’allestimento ultimo.

Il mio parere sul Merida Reacto

Questo Reacto One è una vera bici da corsa. Non una bici veloce mascherata da macchina accessibile. Non una aero addolcita per piacere a tutti.

Parlerà ai ciclisti potenti, ai competitivi, ai passisti veloci, agli sprinter, a chi ama sentire una bici tesa sotto di sé. Sarà meno ovvia per un ciclista che pedala spesso da solo a intensità media, che cerca una bici confortevole per accumulare ore o che vuole un’unica bici da strada davvero polivalente.

Mi sono piaciuti la sua velocità, il cockpit, la precisione e quella sensazione di macchina senza compromessi. Mi è piaciuta meno la durezza complessiva, la richiesta fisica e quel dettaglio di finitura francamente fastidioso sul cockpit.

Il Reacto One non cerca di rendere la performance confortevole. La rende disponibile, a patto di avere le gambe per andarla a prendere.